I mattoncini robotici che cambiano le regole del gioco


Nel Centro per il “Playware” del Politecnico danese i pezzi della Lego diventano robotici
per fare musica, educare, allenare. Alla faccia dei videogames

di Leopoldo Benacchio 27 Luglio, 2014 da "Nova" de "il Sole 24 ore"

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I bambini ci giocano probabilmente da centinaia di anni, in tutto il mondo. Si disegna una serie di mattonelle per terra col gesso o in altro modo, si getta un sassolino verso l’ultima e, saltellando su una sola gamba, si segue tutto il percorso, mattonella dopo mattonella, fino ad arrivare all’ultima, per poi tornare indietro. In Italia si chiama campana, scalone, mondo e grandi storici e filosofi del gioco, come J. Huizinga pensano abbia addirittura un significato iniziatico, dato che si parte dalla Terra (Inferno), si arriva al cielo (Paradiso) e poi si torna.

Detto questo certamente quel che non ti aspetti è di vederci giocare, e divertirsi, la Regina Margareth di Danimarca in un laboratorio del Politecnico Universitario di Copenaghen o anche il Presidente Kikwete della Tanzania, in un quartiere africano di periferia. Invece avviene e grazie alle futuristiche mattonelle robotiche del Centro per il Playware del Politecnico danese. A vederle non sono appariscenti, di plastica, grandi un 30 x 30 centimetri, si illuminano quando le pesti, ma solo se lo fai al momento opportuno, appunto quando il “gioco” lo richiede. Una da sola fa quasi nulla, ma se ne metti insieme parecchie, come nel gioco della campana, parlano fra di loro, distribuiscono, nel complesso che hai formato unendole, intelligenza robotica, potenza di elaborazione, sensori, le comunicazioni, l’IA, l’output verso l’umano, rappresentato semplicemente dal lampeggiare di una serie di Led disposti in circolo.

A disposizione vari programmi, dal più semplice, io mi illumino e tu mi pesti, a giochi a due piuttosto complessi, dove devi pestare le mattonelle secondo una logica da capire, e ovviamente cercare di battere l’avversario. Comprendere la strategia è fondamentale e ti rendi conto che quel che sembrava una stupidaggine ti prende intellettualmente, e anche fisicamente da matti e ti trovi a saltare di mattonella in mattonella in tempi spesso molto stretti e ridere se vinci.

Ma che c’entra questo con un politecnico del nord, che uno si immagina tutto dedito all’ingegneria elettrotecnica, per esempio. Il Centro per il “Playware” è una scommessa danese molto, molto legata al mondo industriale di quella piccola ma attivissima nazione, da tempo in cima alle classifiche della “felicità” dei cittadini.  L’idea di base, ci spiega il giovane ed entusiasta direttore Henrik H. Lund, è semplice: mettere insieme robotica, intelligenza artificiale, ricerche umanistiche e sociologiche. E infatti le mattonelle che si possono assemblare come e quanto si vuole, servono per far divertire i bambini degli asili, facendogli capire, senza bisogno di spiegare, l’importanza di capire le strategie in ballo, fino ai malati di Alzheimer nelle cliniche danesi, che sembrano trovare giovamento dall’uso delle mattonelle in questione, specie allo stato iniziale del morbo. Da Settembre avranno  esperienze sul loro utilizzo con anziani anche in Italia, in collaborazione con l’Università di Siena e il Pio Albergo Trivulzio di Milano.  Per confronto le usano anche in Tanzania in situazioni completamente diverse da quelle danesi e sostanzialmente educazionali, dai bambini di asilo agli adolescenti. Le applicazioni del Playware sembrano quasi infinite, lì sperano di vederci giusto.

L’idea è quella di creare delle esperienze di gioco piacevoli e utili, niente a che fare con i videogames sia ben chiaro, ma “giochi” che permettano di divertirsi imparando, accumulando esperienza o, come nel caso della fisioterapia della riabilitazione, portando un significativo contributo al miglioramento del paziente.

Un campo del tutto nuovo da esplorare in cui i danesi si sono buttati a capofitto, e in modo esplicito, non solo con collaborazioni ovvie, come quelle con la Lego che ha la sua casa madre in quel Paese, ma a tutto campo perché sono convinti che questa ricerca, interdisciplinare in senso stretto, possa schiudere le porte a un campo completamente nuovo anche del mercato internazionale e vogliono avvantaggiare l’industria del Paese. Una sfida audace e molto molto lungimirante. Certo quella è un’Università e quindi sperimenta, accanto a progetti in cui collaborano con Lego, bocche cucite su questo purtroppo, ecco apparire dei cubi musicali di un metro di lato, che a seconda di come li fai rotolare forniscono suoni diversi.

Sono stati usati, pare con soddisfazione, anche in recenti concerti di star della pop rock music.  Ma anche piccoli cubi delle dimensioni di una mano che emettono vari suoni di vari strumenti a seconda di come li giri e che, quando li combini insieme, capiscono di essere con dei “compagni” e mettono su da soli una bella orchestrina che tu puoi cambiare a piacimento, e possiamo assicurare che è affascinante e divertente e ci impari delle cose che non sapevi. Divertendoti, ossia “giocando”. Anche sugli sviluppi delle “piastrelle musicali” il centro danese ha collaborazioni italiane con l’Accademia di Belle Arti di Macerata.


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